FRODI ALIMENTARI: SEQUESTRATI FALSI PRODOTTI BIOLOGICI

La Guardia di Finanza di Verona ha sequestrato fabbricati e terreni per un valore di oltre 2,7 milioni di euro all'amministratore di una società per azioni di Casaleone (Verona).

COLTIVARE LE TERRE ABBANDONATE

La proposta di Marco Tacconi è semplice, ci sono tantissimi terreni agricoli incolti e abbandonati, perchè non sollecitare i proprietari che sono interessati a metterli a disposizione?

AIUTIAMO I BAMBINI A MASTICARE LENTAMENTE

Questa maledetta fretta e l’abitudine del “mordi e fuggi”, trasferita ormai anche all’alimentazione, ci portano a ingoiare il cibo invece di masticarlo. Complici anche i tanti prodotti alimentari di cui la pubblicità decanta la sofficità che, una volta messi in bocca, scivolano difilato giù nello stomaco.

GLI ORTI SPUNTANO PURE NELLE AZIENDE

Gli orti urbani hanno ormai superato la fase di semplice moda se, secondo i dati della Coldiretti, circa 21 milioni di italiani che stabilmente o occasionalmente coltivano l’orto o curano il giardino.

TORINO E' LA CITTA' DEI VEGANI

Torino è una città veg. Parlare di numeri non è semplice, ma i vegani a Torino sono tanti, tantissimi. «Forse più che qualsiasi altra città, basta vedere quanti punti vendita di cibo vegano ci sono, e non solo cibo».

lunedì 30 settembre 2013

COME SI PRODUCE L'OLIO BIOLOGICO

L’estrazione morbida a freddo



RACCOLTA

Certamente di importanza notevole, al fine di ottenere un ottimo olio, è il momento della raccolta. Le olive vanno raccolte al momento giusto della maturazione, ne prima ne soprattutto dopo. Nelle nostre contrade, noi procediamo alla raccolta, totalmente manuale, tra i mesi di novembre e dicembre, non oltre. Raccogliere in periodi successivi, vorrebbe dire raccogliere un’oliva eccessivamente matura, ed ossidata, con risultati pessimi, cioè un olio ad acidità e perossidi altissimi, certamente non il massimo della qualità! Subito dopo la raccolta vengono portate nel nostro frantoio, ed immediatamente avviate alla macinatura e comunque non oltre le 24 ore successive.





PULITURA

Il primo passo è la pulitura delle olive, da foglie e da residui di terriccio.



MOLITURA

Successivamente alla pulitura, si passa alla molitura delle olive, attraverso macine di pietra granito delle alpi che ruotano in senso orario per circa 20 min. ottenendo così una pasta.




GRAMOLATURA

La pasta così ottenuta viene successivamente gramolata per qualche minuto, questo per poterla lavorare meglio. 

IMPILATURA

Successivamente la pasta viene distribuita uniformemente su dei dischi di nilon (i fiscoli), impilati poi l’uno sull’altro a mo di pila su dei carrelli.

PRESSATURA

Questi vengono poi collocati sotto presse idrauliche. La presse lentamente e morbidamente salegono, premendo fino ad una pressione di 300 atm. Da questa lenta pressatura si ottiene la fuoriuscita sia di olio che di acqua (acqua di vegetazione).

SEPARAZIONE

Spetterà poi al separatore, procedere alla fase finale, cioè la separazione dell’olio dall’acqua di vegetazione attraverso la forza centrifuga.

E’ questo il vero ed unico sistema di estrazione a freddo che noi pratichiamo da sempre. 

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Il nostro olio extra vergine di oliva proviene esclusivamente da uliveti pugliesi, soprattutto dalla varietà “oliarola” che è anche la più resistente agli attacchi parassitari ed è quindi quella che si presta maggiormente a chi, come noi, non intende utilizzare per la difesa sostanze chimiche.


Le olive appena raccolte, vengono macinate entro 12 ore per garantire un prodotto con acidità ed altri parametri chimici molto al di sotto dei limiti di legge.
L'estrazione avviene semplicemente per pressione a freddo, non si fa assolutamente uso di sostanze di qualsiasi natura per facilitare l’estrazione ed ottenere maggiori rese.
Però non basta produrre un buon olio ma bisogna anche saperlo conservare. 
Il nostro olio non è filtrato ma è semplicemente decantato naturalmente e conservato in antiche posture di pietra interrate, rivestite d’acciaio, che consentono un ottimo isolamento termico.

FG003-REG.CE 2815/98 
Questo codice, attribuitoci dalla regione Puglia, garantisce la provenienza esclusivamente italiana del nostro olio, attesta quindi che l'olio viene prodotto da olive raccolte nelle nostre contrade, e frante nel nostro frantoio a freddo con metodo tradizionale.



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OLIO EXTRAVERGINE BIOLOGICO PUGLIESE


Il nostro olio extra vergine di oliva proviene esclusivamente da uliveti pugliesi, soprattutto dalla varietà “oliarola” che è anche la più resistente agli attacchi parassitari ed è quindi quella che si presta maggiormente a chi, come noi, non intende utilizzare per la difesa sostanze chimiche.


Le olive appena raccolte, vengono macinate entro 12 ore per garantire un prodotto con acidità ed altri parametri chimici molto al di sotto dei limiti di legge.
L'estrazione avviene semplicemente per pressione a freddo, non si fa assolutamente uso di sostanze di qualsiasi natura per facilitare l’estrazione ed ottenere maggiori rese.
Però non basta produrre un buon olio ma bisogna anche saperlo conservare. 
Il nostro olio non è filtrato ma è semplicemente decantato naturalmente e conservato in antiche posture di pietra interrate, rivestite d’acciaio, che consentono un ottimo isolamento termico.

FG003-REG.CE 2815/98 
Questo codice, attribuitoci dalla regione Puglia, garantisce la provenienza esclusivamente italiana del nostro olio, attesta quindi che l'olio viene prodotto da olive raccolte nelle nostre contrade, e frante nel nostro frantoio a freddo con metodo tradizionale.




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giovedì 26 settembre 2013

TORINO E' LA CITTA' DEI VEGANI

Torino è una città veg. Parlare di numeri non è semplice, ma i vegani a Torino sono tanti, tantissimi. «Forse più che qualsiasi altra città, basta vedere quanti punti vendita di cibo vegano ci sono, e non solo cibo». Lo dice Viviana Ribezzo, vegana - quasi da sempre - con una piccola casa editrice Cosmopolis, e che per prima si inventò un «Veg Festival» proprio qui. «Trent’anni fa dire anche solo che eri vegetariano ti metteva addosso un’etichetta. Mi ricordo mio padre - racconta -. Quando andavamo al ristorante lo diceva quasi scusandosi al cameriere: “Sa è vegetariana”...». 


Adesso invece non solo in centro città ci sono ristoranti, bar per aperitivi, gastronomie, pasticcerie, sì avete letto bene pasticcerie dove acquistare bignè alla crema, senza latte e senza uova e gelaterie con creme alla nocciola e vaniglia assolutamente veg e buonissimi. «Un altro dato significativo sono le cene a Natale o quelle per raccogliere fondi» dice Francesca Mandarini, 37 anni, avvocato iscritta alla Lav. Lega anti vivisezione. «Noi facciamo sempre il pienone, sotto le feste organizziamo incontri dove siamo minimo 130 persone. E ogni volta che chiamiamo a raccolta per un aperitivo veg anche per raccogliere fondi il numero minimo di persone è tra sessanta e settanta». Essere vegano però non è solo una regola da applicare sul cibo, è uno stile di vita, ci sono abiti veg, scarpe veg e veg-borse. Tutto deve rispettare la regola di non provenire da animali o dallo sfruttamento dei medesimi, deve essere biologico «ma veramente non ci interessa il marchio», e non essere prodotto da multinazionali. Difficile? Non sembra, abbiamo raccolto un po’ di informazioni e la vita veg a Torino pare facile. 

GRUPPI DI ACQUISTO 

Tofu, seitan, scarpe, borse, pane. Tutto si può acquistare insieme per risparmiare. Francesca Mandarini, 37 anni, avvocato fa parte di «Gatto Apu» e di «Le pecore nere» i due grandi gruppi di acquisto non solo di alimenti vegani, ma di scarpe, borse, abiti. Gatto Apu è operativo di 15 anni, il nome deriva dall’acronimo di Gruppo di acquisto Torino e Apu un personaggio dei cartoni animati Usa, ovviamente vegano. Cosa acquistano? «Dal fresco al seitan al tofu, alla pasta, agli abiti. Andiamo a trovare il produttore che non deve avere niente di origine animale, possibilmente a km zero, o comunque deve essere un produttore locale. Viene poi “premiato” chi utilizza imballaggio che non crea troppo rifiuto, o coloro che seguono progetti di volontariato». Viene compilata una griglia dove si inseriscono i dati dell’azienda, e se rispetta parametri «vegani» viene inserita tra i fornitori. Per esempio la pasta viene acquistata a Giaveno da Castagno, il pane dall’agriforneria di Rocco Primavera a Cuorgnè. «Abbiamo poi una mailing list e un calendario mensile dove segniamo nominativi e acquisti da fare». Ma i Gas vegani si occupano anche di corsi per autoproduzione: per fare tofu, sapone. Naturalmente, i Gas hanno un conto in una banca etica. 

RISTORANTI 

«Carpaccio di barbabietola su insalatina di cavolo rosso e finocchi con mayo raw alla spirulina e raw crackers ai semi di lino. 100% raw». È uno dei post sulla pagina facebook di Soul Kitchen vegan & raw food. Apertura recente nel panorama torinese e già un punto di riferimento per i vegani che possono spendere qualcosa di più. Qui c’è l’alta cucina vegana, quella per intenderci che fa riferimento a Simone Salvini, lo chef vegano preferito da Umberto Veronesi. Oltre ai piatti vegani in via Santa Giulia si trova il cibo «raw» cioè crudo. Per tasche più leggere ci sono locali-veg come «Il gusto di camilla» per aperitivi, e «take away» di ogni genere, ma veg. E poi ancora «Mezzaluna veg»ristorante e bar, vegetariano e vegano in città, che compie vent’anni l’anno prossimo: tra i primi a servire piatti per amanti degli animali vivi. Qui oltre al ristorante - ma capita anche per altri locali del genere - si può trovare una gastronomia e un bio bar. E poi ancora «Veg&veg» in largo Montebello, anche in questo caso oltre al ristorante la gastronomia e la possibilità di prenotare catering. Quasi tutti i ristoranti vegani comunque fanno anche servizi «accessori» come gastronomia e catering proprio per la particolarità del cibo. 

DOLCI 

«Gelato amico» non utilizza zucchero, lattosio, uova, glutine. La gelateria è in via San Massimo a Torino, ed è forse l’unica con caratteristiche vegane strettissime. Il gelato ha un bassissimo contenuto di grassi, poche calorie (circa un terzo rispetto ai gelati tradizionali) ed è ottenuto solo da prodotti biologici e naturali. È comunque un prodotto «artigianale, mantecato fresco ogni giorno per garantire il massimo del gusto e deliziare il palato di ogni goloso». Con la pasticceria «Ratatouille» sono le due realtà più nuove in città che offrono i prodotti «tradizionali» con ricette vegane. «Ratatouille», in corso Tortona ha aperto a luglio e «abbiamo voluto che non sembrasse una pasticceria vegana, noi lo siamo, ma volevamo dimostrare che i nostri prodotti sono buoni come gli altri, ma più salutari». Silvia Voltolini e altri tre soci sono da sempre vegani avevano gastronomie vegane, hanno deciso di mettersi insieme e creare un punto di incontro un «bio market» dice dove trovare un po’ di tutto ma di certo gli chantilly senza latte o il pesce vegetale sono quasi una novità assoluta per Torino. 

GASTRONOMIE 

«Sale in zucca», «O mio bio», «Naturalmente veg» «Universo vegano», «Bontà e sapore»l’ultima nata e «very cheap», anche perchè è in quartiere «popular» (via Candia) come dicono Liela Dobelian e Emanuela Grandi, lo chef e l’addetta alla vendita. Leila è brasiliana mangia vegano da quando si è ammalata di cancro al seno, «ho dovuto e voluto dopo l’operazione scegliere per la mia salute. Perché mangiare vegano abbassa la percentuale di recidiva nel cancro al seno. E lo dicono i dottori». Così a più di 50 anni ha deciso e ha aperto «Bontà e sapore» in Barriera di Milano. Clientela? «Si ne abbiamo molta, qualcuno viene qui a mangiare a pranzo, i nostri prezzi sono abbordabili. Ma abbiamo clienti anche delle aziende qui vicino e stiamo già organizzando catering». «Fino a qualche anno fa - racconta Emanuela - sarebbe stato impensabile aprire una gastronomia simile lontana dal centro, adesso vegani siamo in tanti, per diversi motivi per il rispetto degli animali o anche per la salute. E così anche una gastronomia piccola come la nostra ha tanti clienti». 

di Antonella Mariotti
fonte: La Stampa

FRODI ALIMENTARI: SEQUESTRATI FALSI PRODOTTI BIOLOGICI

La Guardia di Finanza di Verona ha sequestrato fabbricati e terreni per un valore di oltre 2,7 milioni di euro all'amministratore di una società per azioni di Casaleone (Verona). Il sequestro, disposto dal Gip Paolo Scotto di Luzio su richiesta del pubblico ministero Maria Batrice Zanotti, è l'ennesimo sviluppo dell'operazione «Gatto con gli stivali», avviata nel dicembre 2011 quando, con l'arresto di sette persone, venne alla luce un gigantesco sistema di frode nella commercializzazione di falsi prodotti biologici.


Le ulteriori indagini delle Fiamme gialle scaligere hanno accertato, da parte della Spa di Casaleone, l'utilizzo di fatture per operazioni inesistenti per 9,5 milioni di euro, una frode all'Iva per 383mila euro e imposte evase per 2,3 milioni. L'amministratore è stato denunciato per associazione a delinquere, frode in commercio, false attestazioni. I beni sequestrati sono due fabbricati a uso industriale e commerciale e un magazzino a Casaleone e 23 terreni a Casaleone e Cerea per 4 ettari. Il comandante provinciale della Guardia di Finanza, col. Bruno Biagi, ha ribadito che «le indagini continuano perchè questa frode nel biologico ha ramificazioni in tutta Europa». Finora sono state sequestrate 800 tonnellate di falsi prodotti bio. (Ansa)

AIUTIAMO I BAMBINI A MASTICARE LENTAMENTE

Questa maledetta fretta e l’abitudine del “mordi e fuggi”, trasferita ormai anche all’alimentazione, ci portano a ingoiare il cibo invece di masticarlo. Complici anche i tanti prodotti alimentari di cui la pubblicità decanta la sofficità che, una volta messi in bocca, scivolano difilato giù nello stomaco.


Eppure l’umanità ha vissuto per millenni secondo il dettato che “la prima digestione avviene in bocca”. La masticazione fa anche venir fuori le qualità del cibo (consistenza, fragranza, sapore) che, valutate con i sensi, generano in noi piacere o disgusto. Grazie a essa, mangiare diventa un atto consapevole e l’esperienza sensoriale rimane impressa nella memoria. Insomma, masticare è una sorta di esercizio di apprendimento.

Ma c’è di più. La ricerca sta dimostrando che la masticazione aumenta anche l’ossigenazione del cervello e attiva certi circuiti cerebrali. Questi processi potrebbero migliorare la memoria, la concentrazione e le altre capacità cognitive. E chi teme o patisce l’obesità, può essere interessato a sapere che mangiare lentamente (com’è obbligato a fare chi deve masticare) dà un maggiore senso di sazietà e riduce il carico di calorie assunte con il cibo.
Disturbi dell’infanzia e masticazione

Alla luce di queste acquisizioni scientifiche, una domanda è d’obbligo: il fatto che i nostri ragazzi tendano ormai a non masticare il cibo come dovrebbero potrebbe essere messo in relazione con il dilagare di disturbi come l’obesità, l’iperattività, la difficoltà di apprendimento e l’aggressività? Come sapete, per tali disturbi è già sotto giudizio il consumo di alimenti contenenti troppo zucchero e sostanze potenzialmente nocive come additivi e residui di pesticidi.

Si sa, è per troppo amore o per compensare carenze affettive che si è portati a coccolare i pargoli tanto da rischiare di viziarli. Non vogliono mangiare la verdura perché si rifiutano di masticarla? E allora la verdura si frulla, così se la possono bere. Mangiano lentamente e noi andiamo di fretta perché gli impegni di lavoro ci pressano? E allora promettiamo loro un bel regalo se battono il record mondiale di velocità nel terminare il pasto. E poi, oltre agli alimenti soffici-soffici industriali, ci sono tante pietanze preparate in casa proprio per non impegnare le mascelle più di tanto, come il riso brillato stracotto, i legumi passati, le carote bollite che diventano purea, le vellutate di verdura.

Gli alimenti che aiutano ad “allenarsi”

I ragazzi *devono* masticare il cibo per tutte le ragioni vere o in attesa di responso. Possiamo educarli a farlo dando loro innanzitutto del buon pane fatto con farina semintegrale (tipo 2 o tipo 1) e lievitato con lievito madre (un vero capolavoro della natura, per la giusta consistenza, la digeribilità del glutine e la lunga durata di conservazione). Poi ci sono i legumi con tutta la buccia, il riso semintegrale o integrale, la frutta secca oleaginosa, tra cui spicca la noce, rara fonte vegetale dei preziosi omega-3, leinsalate come madre natura le fa, semmai tagliuzzate per bene e addolcite con fettine di mele o di uva passa, se al pargolo il dolce piace. E la frutta, se è bio, non va pelata, basta sciacquarla per bene perché la buccia, oltre che contenere sostanze salutari, ha le fibre giuste per indurre alla masticazione.

Le stesse raccomandazioni valgono ovviamente anche per gli adulti che sono soliti trangugiare il cibo per voracità. Gli esperti pensano che masticare aiuti ad evitare acciacchi mentali senili.

Un passaggio graduale

Ovviamente non dobbiamo passare di punto in bianco dagli alimenti mollicci e raffinati e a quelli consistenti e integrali. Altrimenti, i ragazzi, oltre a rifiutare immediatamente l’impegno masticatorio che sono chiamati ad assolvere, potrebbero anche lamentarsi di gonfiori e dolori di pancia. Il motivo è semplice: la nostra flora intestinale, cui spetta il compito di digerire le fibre, diventa pigra quando consumiamo cibo raffinato. Ha quindi bisogno di un po’ di tempo per abituarsi a svolgere questa funzione. Perciò si inizi con alimenti che hanno un moderato contenuto di fibre, come i cereali semintegrali, le lenticchie e i piselli (sono i legumi più tollerati), la parte centrale dell’insalata, dei carciofi e dei finocchi che è fatta di foglie giovani e quindi tenere. Poi piano piano si può passare agli alimenti integrali. Chiaramente quanto detto finora non vale nei casi in cui il rifiuto di masticare il cibo abbia motivazioni psicologiche, che vanno indagate con l’aiuto di uno specialista.

COLTIVARE LE TERRE ABBANDONATE

La proposta di Marco Tacconi è semplice, ci sono tantissimi terreni agricoli incolti e abbandonati, perchè non sollecitare i proprietari che sono interessati a metterli a disposizione? Questi terreni potrebbero essere gestiti e utilizzati da qualsiasi persona o gruppo che voglia mantenerli produttivi. L’idea fondante è creare una rete di protezione verso aree degradate per arginare la perdita di terreni produttivi, ma anche l’incuria del proprio territorio, una delle cause principali di dissesti idrogeologici. Secondo i promotori del progetto non esistano terreni “improduttivi”. Ogni spazio privato e libero ha un valore che va oltre le valutazioni economiche. Ogni terreno merita protezione e cura. Il portale terraxchange.it cerca di trovare un coltivatore per ogni spazio agricolo disponibile. Marco Tacconi ha risposto ad alcune domande.


Come nasce terraxchange.it?

L’idea di nasce da un’esigenza personale dice Marco. Sono appassionato di agricoltura tanto che tutti i miei studi, scuole superiori e università, sono stati rivolti verso questo settore. Il mio sogno è coltivare il mio cibo. Purtroppo la mia famiglia non ha origini contadine e non ho avuto la possibilità di fare pratica. Tuttavia vedevo in giro moltissimi terreni abbandonati. E’ nata così l’idea di unire terreni abbandonati a persone che vogliono prendersene cura. Insomma questo portale l’ho pensato partendo da un bisogno che avevo. A questo si è aggiunta un forte aspetto sociale a cui tengo: Terraxchange potrà infatti essere utilizzato come punto di riferimento del mondo orticolo sociale. Nel sito stiamo aggiungendo un forum e una mappa satellitare in modo che si potrà contattare anche orti urbani già presenti e associazioni, creare eventi e censire gli orti privati presenti sul territorio. Non sarà solo un motore di ricerca ma una comunità coesa. Il sito è on line ma pensiamo di essere operativi per metà ottobre con la piattaforma definitiva.

Come avviene lo scambio tra coltivatori e proprietari?

Il sistema è semplice da spiegare. Il proprietario di un terreno incolto, improduttivo e con poco valore commerciale potrà metterlo a disposizione in modo automatico attraverso l’utilizzo del portale. In tempo reale tutti i cittadini interessato potranno vederlo direttamente attraverso una mappa satellitare o ricercarlo con l’uso dei filtri di ricerca. Noi forniamo al possibile gestore la mail del proprietario in modo che si mettano d’accordo. Nessuna delle due parti è vincolata o vincolante. Il proprietario può continuare a ricercare un acquirente vero. Allo stesso tempo il gestore, se si accorge di non voler più gestire il terreno, potrà lasciarlo senza alcun problema. Noi forniremo a tutti dei prestampati contrattuali che i nostri utenti potranno utilizzare per regolarizzare il rapporto. Il pagamento è in natura. Si paga l’uso del terreno attraverso gli ortaggi prodotti o, nel caso di impossibilità, il loro valore. I terreni sono geolocalizzati con le coordinate. Per cui Terraxchange potrà essere utilizzato in tutto il mondo già da subito.

Con la crisi il problema delle area agricole abbandonate sembra esser tornato all’attenzione della collettività, ne è prova il fiorire di orti urbani e non e l’occupazione delle terre da parte di giovani in agricoltura. Cosa pensi di questo cambiamento?

Credo che la famigerata crisi sia frutto dello scollamento totale dei cittadini con la realtà produttiva. La società non riconosce più l’agricoltura come risorsa fondamentale. L’economia basata su indici, percentuali, categorie e tassi non può dare soluzioni. La richiesta di lavori o passatempi più legati con attività reali è ciò che sta spingendo migliaia di persone a riavvicinarsi alla terra. La volontà di staccare con il monotono lavoro di ufficio per dedicarsi all’agricoltura è sintomo di una serie di momenti stressanti e insoddisfacenti che il lavoratore medio cittadino non è più in grado di sostenere. L’agricoltura è un mondo fisico, spesso duro, ma la grande soddisfazione nel vedere i frutti del proprio lavoro copre qualsiasi fatica provata. L’orto è una passione dilagante perchè permette di vedere i frutti del lavoro svolto. Dal seme al piatto. Sempre meno lavori cittadini permettono di mostrare l’intera filiera. Un operaio, una segretaria, un dirigente vedono solo un tratto limitato della catena produttiva. Un orticoltore, anche casalingo e improvvisato, vive ogni momento. C’è da non sottovalutare tutto l’aspetto “eco” che sta prendendo sempre più piede nelle masse: produrre il proprio cibo era, fino a poco tempo fa, un semplice hobby da pensionato. Ora sta divenendo un bisogno sentito da ogni classe d’età, di sesso e di estrazione sociale.

Come sostenete il vostro progetto?

Il progetto è sostenuto da un i iniziale investimento personale di tempo e denaro. Una volta operativo si auto-sosterrà attraverso e-commerce di prodotti per l’orto e oggettistica per esterni. Chiederemo un contributo se si vorrà pubblicare più annunci o se si vorrà mettere in vetrina qualche terreno. Sarà presente anche la possibilità di donare. In questo modo potremo utilizzare i proventi per organizzare eventi orticoli.



Chi sta lavorando su questo progetto?


I miei familiari, alcuni professionisti esterni ed amici. In realtà pensiamo a una gestione semplificata. Per iniziare è il modo più economico e facile. Nel caso prenda piede e trovassi dei collaboratori si potrà pensare a trasformare questo gruppo informale in associazione, cooperativa o altro.

fonte: Comune.info

GLI ORTI SPUNTANO PURE NELLE AZIENDE

Gli orti urbani hanno ormai superato la fase di semplice moda se, secondo i dati della Coldiretti, circa 21 milioni di italiani che stabilmente o occasionalmente coltivano l’orto o curano il giardino. Corollario di questa passione è la diffusione di questa attività anche nei luoghi di lavoro. C’è chi si porta la gavetta da casa, chi esce a mangiare un panino, chi va in palestra.

E poi c’è chi in pausa pranzo va a curare l’orto, con la benedizione aziendale. L’ultimo orto realizzato è sulla terrazza al primo piano del teatro Franco Parenti, a Milano. Si affaccia sulla piscina Caimi ed è stato realizzato anche con materiali di scena riciclati. L’idea è che possa essere il primo di una rete di orti in teatro che promuovano l’incontro sociale e la cura dell’ambiente. “Questa esperienza trova particolare interesse proprio nelle città, meno nei luoghi dove i dipendenti hanno già un proprio appezzamento”, racconta Angela Cavalca, socia fondatrice di Orti d’Azienda Onlus, forse l’unica associazione in Italia, nata circa un anno fa, che si occupa specificamente di lanciare orti aziendali.

Sono un gruppo di persone di diverse età ed esperienze che si sono poste l’obiettivo di diffondere la cultura dell’ambiente e della socializzazione attraverso la riqualificazione di aree marginali e territori post-industriali. Basta una terrazza, uno spazio inutilizzato e un po’ di buona volontà. “La valenza per le aziende è soprattutto creare gruppo, coesione. Col lavoro nell’orto si crea una socialità, uno spazio comune – spiega Cavalca -, in molte aziende ci sono spazi che possono essere utilizzati meglio. Noi li aiutiamo ad avviare il progetto, e nel caso li seguiamo successivamente”. Sullo sfondo il tema dell’Expo 2015, “Nutrire il pianeta”: “Le aziende possono avvicinarsi al tema e diffonderne la cultura anche se non si occupano di agroalimentare, creando piccole comunità locali socialmente utili, dove sperimentare la filiera corta e l’alimentazione corretta”.

La moda è nata, come spesso accade, negli Stati Uniti, dove diverse multinazionali, dalla Toyota, alla PepsiCo, alla Timberland, fino ai colossi tecnologici della Silicon Valley, hanno lanciato i “corporate gardens”: orti creati e curati dai dipendenti, spesso sulle terrazze dei palazzi che ospitano le aziende. A parte dare una patina “green” all’immagine delle società, e a mettere in evidenza la responsabilità sociale di impresa, l’orto è un’attività rilassante per i dipendenti, che abbattono le barriere della piramide aziendale, stringono amicizie, e si portano a casa i prodotti del proprio lavoro, con generale soddisfazione.

fonte: Affaritaliani.it